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Il Cardinale Zenari termina la sua missione in Siria

Nel 2021, al compimento dei 75 anni (l’età canonica per il “pensionamento”) aveva presentato la sua rinuncia a quello che per circa diciassette anni è stato più che un incarico diplomatico, una vera e propria missione: essere il nunzio apostolico a Damasco, rappresentante del Papa e punto di riferimento per la Chiesa universale nella Siria “martoriata”. Papa Francesco aveva respinto la rinuncia e scelto di mantenerlo in carica “a tempo indeterminato”; una decisione che “don Mario” aveva interpretato come l’ennesimo segno di attenzione verso la popolazione, già piagata da guerra e povertà e soggetta a continui mutamenti, che in lui vedeva un punto di riferimento stabile e autorevole.

Lo scorso 5 gennaio ha compiuto 80 anni, e il cardinale veneto Mario Zenari cessa quindi il lungo ministero di rappresentante pontificio in uno dei territori più feriti del mondo. La rinuncia è stata comunicata oggi, 2 febbraio, dal bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Una breve comunicazione istituzionale dietro alla quale si cela una grande storia. Quella di un sacerdote venuto da Rosegaferro di Villafranca di Verona, formatosi nella Pontificia Accademia Ecclesiastica e divenuto presto “veterano di guerra”, come lui stesso si definisce, come nunzio nei primi anni 2000 in Costa d’Avorio, Niger e Burkina Faso e poi dal 2004 al 2008 in Sri Lanka, che nel 2008 mette per la prima volta piede in Siria, dopo la nomina del 30 dicembre voluta da Benedetto XVI.

Non ha mai nascosto, Zenari, le difficoltà – anche personali – vissute in Siria. Non ha esitato a parlare di “catastrofe umanitaria”, di una speranza “morta” tra la gente, specie tra i giovani ancora oggi, nonostante i diversi mutamenti politici e sociali, al centro di una emorragia. Non ha avuto paura nel denunciare l’indifferenza internazionale sul conflitto, la pesantezza delle sanzioni sulla popolazione, la povertà sempre più diffusa tra la popolazione.

Papa Francesco lo creò Cardinale nel suo terzo Concistoro. Una decisione allora inedita che in qualche modo rompeva la prassi dell’ultimo secolo che aveva sempre previsto che i diplomatici pontifici fossero insigniti della dignità vescovile ma non della porpora. Era anche una novità per la storia delle Chiese orientali cattoliche che per la prima volta vedevano una porpora non assegnata a un esponente dell’episcopato locale, ma al responsabile della missione diplomatica vaticana. Zenari aveva commentato questa scelta del Papa con poche parole: “Un gesto di amore”. “Un gesto d’amore per la popolazione martoriata siriana ma anche un gesto di appoggio alla diplomazia”, diceva. Mi sento incoraggiato nel mio servizio”. “Come potrebbe un rappresentante del Papa essere credibile se scappasse da dove c’è più bisogno di lui? Per me questa missione è un privilegio datomi da Dio, un’esperienza toccante sotto il profilo umano”, affermava.

In collaborazione con Vaticanews.va

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